insediamento culturale e germi di politica

 

 

 

fatti, non pugnette!!!

 

 

 

vitamine e ricostituenti per gli assessori della terra dei cachi

 

 

 

 

L'odio non ci fermerà. Ripartiamo dall'amore

Sabato 13 maggio 2017 a Padova, si terrà il 5° Appuntamento Mondiale dei Giovani della Pace. L’incontro, organizzato dal Sermig (Servizio Missionario Giovani) di Torino - di cui è presidente Ernesto Olivero - con il Patrocinio della Regione Veneto, Nuova Provincia di Padova, Comune di Padova, Diocesi di Padova e di Torino, vedrà la partecipazione di migliaia di giovani dall’Italia e dall’estero che si raduneranno per dire: “L’odio non ci fermerà. Ripartiamo dall’amore”. Sarà il quinto Appuntamento dopo quelli di Torino (2002), Asti (2004), L’Aquila e Torino (2010) e Napoli (2014). Scopo dell’incontro è contribuire a riconciliare le generazioni, dare voce ai giovani e alle loro testimonianze e invitare rappresentanti delle istituzioni, dell’economia, della scienza, dell’arte, delle religioni, del mondo degli adulti ad ascoltare la vita dei giovani. Saranno presenti personalità italiane e internazionali, nel segno della concretezza, del dialogo e della speranza che costruisce. Si concluderà con l'adozione di una Carta dei Giovani (2017) o patto tra le generazioni.

L'incontro vuole anche rendere visibile il bene compiuto dalle tante associazioni che operano molto spesso nel silenzio e nella discrezione, attraverso l’iniziativa dei “Punti di pace” (vedi volantino).

Maggiori info su: www.mondialedeigiovani.org.

 

 

Noi siamo carne tra humanitas e perdono

Giovedì 12 maggio alle ore 17 la Segreteria Impolitika propone presso la Casetta del Parco di via Domenico Piacentino a Padova l'iniziativa culturale "Noi siamo carne tra humanitas e perdono" con il prof. Andrea Conz (autore degli ebook: La ragion per cui, La scossa, Jack il marinaio, The jolt) in cui vengono declinati in modo nuovo alcuni contenuti di antropologia, di morale e di teologia. L'incontro è aperto a tutti. Riprendendo Hannah Arendt in "Tra passato e futuro", per Impolitika ingaggiare un’iniziativa culturale come questa è dare, nel continuum del tempo, cominciamento all’inizio del futuro senza tradizione

Per scaricare il volantino, clicca qui. Per scaricare l'attivazione epidemiologica del Segretario Architetto, clicca qui

 

 

Carta della Donazione

 

La Carta della Donazione è il codice di autoregolamentazione degli Associati all'Istituto Italiano della Donazione di Milano. Pubblicata per la prima volta nel 1999 dal Forum Nazionale del Terzo Settore, da Fondazione Sodalitas e dal Summit della Solidarietà, la Carta della Donazione è il primo codice italiano di autoregolamentazione per la raccolta e l'utilizzo della raccolta dei fondi nel non profit.

L'edizione del 2011 della Carta di Donazione aggiorna la prima edizione del 1999. I principi e i valori di riferimento sono stati mantenuti inalterati, ma tengono conto delle esperienze e delle reali attività di monitoraggio e controllo svolte progressivamente dall'Istituto Italiano della Donazione in questi anni, non più limitate alle organizzazioni che vivono principalmente di raccolta fondi.  

 

Per scaricare la Carta della Donazione (2011) dell'Istituto Italiano della Donazione, clicca qui. Per scaricare, invece, la Carta della Donazione (1999), clicca qui.

 

 

Progetto VOGUE della Consulta del Volontariato di Padova

 

21/12/2005 - 5 domande in cerca d'autore

Prima che cominci questo lungo periodo di festività (natalizie) lo staff di VOGUE vi invia 5 domande che attendono risposta…
1) Quali sono i problemi dei giovani: nel Veneto, nel Friuli Venezia Giulia, nel Trentino Alto Adige? Cosa gli manca, cosa vorrebbero?
2) E' possibile uno sviluppo sostenibile? Nella tua regione che esempi di rispetto e tutela dell'ambiente ci sono?
3) Ci può essere pace con giustizia? Che tipo di pace può nascere con chi desidera e ricerca il suo opposto?
4) Cosa significa nel nostro contesto attuale "gratuità nel volontariato"? Esiste un volontariato completamente gratuito?
5) Come si coniuga il valore dell'uguaglianza in un sistema altamente competitivo come il nostro? Si tende ad eccellere in campo sociale, ma chi per necessità è tagliato fuori dai vincenti ha diritto ad integrarsi o no? Stranieri, disabili, giovani, border line, dove vincono loro?
Buone feste e mi raccomando non tirarti indietro, trova due minuti per rispondere come meglio credi.
A presto… VOGUE 

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08/01/2006 - Risposta
Vi ringraziamo per averci proposto come associazione Impolitika di entrare in VOGUE: è una bella iniziativa e ci partecipiamo volentieri.
Proviamo adesso a rispondere brevemente alle domande che ci avete posto:
1) contare ed essere parte attiva nei processi di trasformazione del mondo: cambiare i contratti di lavoro precario per impegnarsi per le prospettive future del nostro Paese, cioè credere a qualche sogno che vada oltre la sopravvivenza personale;
2) mancano notizie al riguardo (se ne parla gonfiandosi i petti, ma senza una seria politica di coscientizzazione); se poi seguiamo Latouche "sviluppo sostenibile" è un concetto falso che nasconde la realtà del suo contrario;
3) portare la pace senza giustizia, è portare la pace del più forte, che per definizione è una pace instabile;
4) mantenere il valore della gratuità attraverso il volontariato è compiere una grande opera di liberazione degli umani spiriti dalla morsa dell'economia, che si basa sul calcolo per lo cambio e non sulla circolarità del dono;
5) la disuguaglianza non c'è per la presenza delle eccellenze, ma per la degradazione e l'abbassamento degli uomini: è come se ci fossero forze che non riescono più ad eccellere, ma che vogliano vivere di rendita abbassando gli altri (questa è una concorrenza al negativo, una concorrenza senza libertà, cioè un dominio).
Iscrivete pure Impolitika (con questo indirizzo e-mail) al forum on line di VOGUE; non abbiamo ancora individuato un referente interno al vostro progetto, per cui per ora ci partecipo volentieri io.
ciao, a presto

Per leggere il Manifesto di VOUGUE per il volontariato dei Giovani in Europa, clicca qui.

 

 

Sogno di nuovo. La città

 

Finalmente domenica 20 novembre dalle ore 10 alle 13 presso la sala Anziani di Palazzo Moroni (Municipio di Padova), l'Associazione Impolitika apre la propria farmacia di contaminazione civica.  Tra i memi, saranno presenti all'agorà impolitica anche i seguenti sesami lievitanti: don Giuseppe Stoppiglia (presidente di Macondo), l'associazione ADUSU e il prof. Giuliano Lenci (Presidente del Comitato per il 60° della Resistenza e Vice-presidente nazionale).

Tutti i carciofi selvatici e i carciofi qualunque sono invitati a partecipare e sognare di nuovo la città. 

SEGRETERIA IMPOLITIKA - per leggere il resoconto, clicca qui.

 

Perché leggere

Chi vive, vive la propria vita. Chi legge, vive anche le vite altrui. Ma poiché una vita esiste in relazione con le altre vite, chi non legge non entra in questa relazione, e dunque non vive nemmeno la propria vita, la perde. La scrittura registra il lavoro del mondo. Chi legge libri e articoli, eredita questo lavoro, ne viene trasformato, alla fine di ogni libro o di ogni giornale è diverso da com'era all'inizio. Se qualcuno non legge libri né giornali, ignora quel lavoro, è come se il mondo lavorasse per tutti ma non per lui, l'umanità corre ma lui è fermo. La lettura permette di conoscere le civiltà altrui. Ma poiché la propria civiltà si conosce solo in relazione con le altre civiltà, chi non legge non conosce nemmeno la civiltà in cui è nato: egli è estraneo al suo tempo e alla sua gente. Un popolo non può permettersi di avere individui che non leggono. E' come avere elementi a-sociali, che frenano la storia. O individui non vaccinati, portatori di malattie. Bisogna essere vaccinati per sé e per gli altri. Perciò leggere non è soltanto un diritto, è anche un dovere. Nelle relazioni tra i popoli, la prima e più importante forma di solidarietà è dare informazioni: mai l'altro dev'essere convertito alla nostra supposta superiorità, ma sempre messo in condizioni di scegliere tra le sue informazioni e le nostre. Quando una cultura si ritiene nella fase di superiorità tale che tutte le altre culture devono apprendere da lei, per il loro bene, e lei non può apprendere da nessuna, comincia la sua decadenza.

FERDINANDO CAMON ( http://www.ferdinandocamon.it/incostruzione1.htm )

 

Noi carciofi europei

Ecco il cortometraggio di Bruno Bozzetto, che ironizza sul nostro peculiare senso civico. Per vederlo clicca qui, ma prima procurati flash.


Il padrino di Tony Renis

Joe Adonis, chi era costui? Leggetela bene questa storia,  tratta integralmente da documenti ufficiali. Perché è un uovo di Pasqua con la classica sorpresa. E con tanto di morale, umoristica e istruttiva insieme, che riguarda fatti e personaggi dei nostri tempi. Joe Adonis, dunque. Gli storici della mafia sanno bene chi fosse. Ma anche a loro una "rinfrescata" farà bene. Parliamo di uno dei più famosi boss di tutto il Novecento. Che vantò una rarità per così dire anagrafica: quella di giungere ai vertici delle cosche siculo-americane pur essendo originario della provincia di Avellino; da cui, agli inizi del secolo, partì bambino per gli Stati Uniti con il nome di Giuseppe Doto. Di lui si occuparono a lungo sia la commissione d'inchiesta Kefauver del Senato americano sia la commissione antimafia del parlamento italiano nella sesta legislatura (1972-'76).
Risultava essere uno dei giovani boss emergenti al secondo convegno tenuto dalla vecchia Mano Nera a Cleveland nel 1928; e uno dei fondatori ad Atlantic City, insieme con Frank Costello e Al Capone, della futura Cosa Nostra americana. Risultava anche essere stato l'ideatore e l'organizzatore della micidiale "murderers incorporated", ossia della anonima assassini che dal 1929 funzionò come agenzia di reclutamento di killer in tutto il mondo, invenzione strategica delle famiglie siciliane d'oltreatlantico per commettere delitti senza incappare nelle indagini delle polizie statali. Dicevano i rapporti investigativi che egli giunse all'apice del potere quando, sempre negli Stati Uniti, venne creato il cosiddetto sindacato del crimine, con l'obiettivo di mettere ordine tra le bande rivali e di spartire le zone di influenza. E che di tale sindacato egli curava le relazioni esterne: giudici, poliziotti, politici, uomini d'affari, professionisti. Efficacissimo. Al punto che il senatore Kefauver lo definì "uno degli esempi più clamorosi della collusione fra gangsterismo e grande industria".
Ebbene, nel '56 Joe Adonis sbarcò definitivamente in Italia. Il progetto? Gestire, in coppia con Frank Garofalo, e per conto di Cosa nostra americana, il passaggio della vecchia mafia siciliana alle attività che già in America si erano dimostrate più fruttuose, a partire dal traffico degli stupefacenti. In contatto con le cosche isolane, Adonis -dopo un periodo trascorso nel Lazio e in Val d'Aosta- si impiantò stabilmente a Milano. Scriveva la commissione antimafia, nella sua relazione di maggioranza: "Il nuovo impero dell'organizzazione almeno fino agli inizi degli anni '70 ruoterà attorno a Joe Adonis che sarà l'epicentro di una rete organizzativa del contrabbando con ramificazioni in tutti i paesi europei". Distinto, elegante, amante della bella vita e dei locali notturni, Joe Adonis prese casa nel centro di Milano, in via Albricci. E qui intrecciò alle molte attività illegali la compravendita di immobili e costruzioni nonché la gestione di una catena di supermercati. Di fronte a tanto allarmante attivismo, le autorità di polizia, prima distratte, si svegliarono e moltiplicarono i controlli, sfociati in una richiesta di soggiorno obbligato. Scriveva ancora in proposito la commissione antimafia: "Le indagini serrate ed attente condotte tra il 1970 e il 1971 rivelano come Adonis sia ancora un 'capo' e che la scelta di Milano come sua residenza è stata determinata da precise esigenze strategiche: la direzione internazionale di preziosi, soprattutto brillanti, con ramificazioni in Francia ed in Svizzera ed il coordinamento del contrabbando di stupefacenti verso il nord-Europa".
Tutto chiaro? Bene, perché ora arriva la sorpresa. Una sorpresa -ci credereste?- di nome Tony Renis. Sentite bene e non ridete. Sulla bobina delle intercettazioni telefoniche del 19 e 20 febbraio del 1971, attesta il rapporto del questore di Milano, viene registrata la telefonata "del noto cantante Tony Renis", il quale "avendo saputo che una troupe cinematografica americana era in cerca di attori per il film tratto dal romanzo 'Il padrino', chiese al Doto (ndr: ossia Joe Adonis) di pregare il regista del film, Francis Ford Coppola, affinché gli affidasse una parte, anche se secondaria, essendo già il ruolo principale coperto da Marlon Brando". Confessiamolo. E' semplicemente grandioso. Grandioso che Tony Renis ambisse a recitare nel "Padrino". Ma grandioso (e spassoso) anche pensare che, se fosse stato per lui, avremmo perfino potuto avere il "Padrino" con Tony Renis al posto di Marlon Brando! Grandioso anche che per soddisfare questo suo desiderio Tony Renis si sia rivolto a Joe Adonis, ossia che abbia ritenuto che la cosa più naturale da fare, per recitare nel "Padrino", fosse di farsi raccomandare da un padrino in carne e ossa. Attenzione infatti. Il "noto cantante" non giunse ad Adonis involontariamente, attraverso intermediari del mondo dello spettacolo. No, gli telefonò direttamente: a lui, uno dei capi supremi di Cosa nostra; a lui, organizzatore dell'anonima assassini.  Aveva consuetudine con Joe, aveva il suo numero di telefono (proprio come ogni giovanotto milanese di belle speranze), e gli telefonò. Volete sapere come andò a finire? Qualche giorno dopo Tony Renis telefonò ancora a Joe Adonis e lo ringraziò. Gli disse che "Sam" aveva "fatto tutto".  Chi era "Sam"? Curiosità legittima. Era Samuel Lewin, altro esponente di rango della malavita organizzata, allevatore di cavalli nel New Jersey, mandato apposta in Italia a contattare Adonis da Thomas Eboli, vicecapo di Cosa Nostra in America. Sì, deduzione esatta: Tony Renis era in contatto autonomo  pure con "Sam", anche se questi era arrivato in Italia appena da poche settimane. Purtroppo il sogno del film non si avverò. Forse perché alla fine del '71 Joe Adonis, da poco spedito al soggiorno obbligato, morì di infarto. O forse -è solo un'ipotesi- perché Francis Ford Coppola non ritenne Tony Renis all'altezza nemmeno di una parte secondaria. O per altro ancora.
Di fronte a questa storia-con-sorpresa conosciamo l'obiezione difensiva. Ossia che nel mondo dello spettacolo sia consuetudine non andare troppo per il sottile nelle frequentazioni, specie se c'è di mezzo la carriera. Sicché è meglio aggiungere, per chiarezza del lettore, qualche piccolo dettaglio. E raccontare che il boss effettivamente si dava da fare nel mondo dello spettacolo. Tanto che si mosse su richiesta di Antonio Maimone (implicato in un traffico di preziosi e intenzionato a portare in Italia Frank Sinatra) affinché il maestro Augusto Martelli accettasse di organizzare un festival al quale fare intervenire Mina. Ma non ebbe successo. Evidentemente Mina, al contrario di Tony Renis, non teneva a certe amicizie. Il bello però è che l'idea di arrivare a Mina attraverso il Padrino nasceva dall'ambizione di organizzare, state a sentire, un contro-festival in competizione con quello di Sanremo. Al festival di Sanremo doveva essere inflitto uno smacco; forse (così si arguisce da una intercettazione) perché non aveva spalancato le sue porte agli amici di Joe Adonis.
Ed ecco qui la morale umoristica e istruttiva. Oggi l'amico di Joe Adonis è diventato direttore artistico di Sanremo. Per riuscirci non ha dovuto fare alcuna telefonata. Tutto gratis. Gli è bastato passare l'estate al fianco del capo del governo e chiedere a lui direttamente l'ambito posto, in nome di una lunga amicizia. Trent'anni dopo, insomma, il controfestival non lo devono più fare gli amici di Joe Adonis, visto che nel frattempo si sono impadroniti di Sanremo. Lo devono fare, però, artisti e imprenditori e creativi e letterati che vogliano difendere le tradizioni (anche quelle diventate un po' sgangherate) del paese.  L' ho proposto il mese scorso su questo giornale. Ora (con riserbo assoluto sul resto) posso anticiparlo: il controfestival si farà. Musica, parole, satira, cultura. C'è chi ci crede, c'è chi ne coglie il senso di simbolica rivolta civile. E oltre a denunciare l'indecenza dei costumi vuole seppellire questo circo assurdo sotto una grande, intelligente, implacabile risata.

NANDO DALLA CHIESA

 da L'UNITA' di sabato 14 ottobre 2003

 

 

La parola chiave è: estremismo

IL FATTO
Indagini a tappeto nel mondo dell'estremismo politico.

Duri e puri

"Malattia infantile" lo definiva il rivoluzionario professionale Lenin. Dell'infanzia l'estremismo condivide infatti uno dei tratti caratteristici. E' egocentrico e manca del senso della complessità del reale. Si ammanta, poi, a dispetto delle sue effettive azioni, di quel tipico alone di innocenza che sempre avvolge l'infanzia. Man mano che, nel gioco del dibattito politico, ci si sposta alla posizione  più estrema, la rivendicazione assume un tratto quasi religioso. La persona o il gruppo che, a gran voce e sprezzante nei confronti di ogni compromesso, l'avanza si sente investita di una specie di superiorità morale rispetto agli "altri". Quello sdegno urlato, quel "no" deciso a tutto e tutti, sono la prova vivente della purezza incontaminata della propria anima. Niente la sporca. La distanza siderale, che, con quel rifiuto, essa guadagna rispetto al resto del mondo bacato, confina e aggrava la sua azione nella sola dimensione simbolica o, come si suole dire, di "testimonianza" (anche l'assassinio politico è, dopotutto, soltanto un atroce gesto "simbolico": nell'uomo Biagi il brigatista uccide la funzione). L' "anima bella", come la chiamava il filosofo Hegel, non può agire nemmeno quando agisce nel modo più terribile. Di fatto ha bisogno di quel mondo odioso che nega, nella stessa misura in cui la colomba, nel celebre esempio kantiano, ha bisogno, per volare, dell'attrito dell'aria. Nel vuoto infatti precipiterebbe. L'ostacolo è in realtà la sua risorsa, ciò che la fa volare più un alto. L'estremista "duro e puro" è un fanatico assertore dell'ordine esistente e nessuno più di lui è convinto dell'intrascendibilità di questo sistema e dell'inevitabilità del suo dominio.

Anime belle

Il "sistema", come direbbe Herbert Marcuse, tutto questo lo sa perfettamente. Il "sistema" sa riconoscere al volo i suoi più incondizionati apologeti, anche quando questi si mascherano da suoi implacabili avversari. E infatti da sempre si coccola le "anime belle". Quegli stessi giornalisti, che nel momento dello scontro invocavano la forca e elogiavano le più brutali repressioni poliziesche, sono sempre estremamente solleciti nell'accogliere nel loro immondezzaio mediatico la soap opera della terrorista giovane e bella che invece della famiglia ha scelto il mitra... E poi le opinioni che più si prestano alla spettacolarizzazione serale sono quelle che meglio si lasciano semplificare. Il potere si alimenta e si riproduce grazie alla forza della semplificazione. Non importa nemmeno il suo colore.
Può essere, come quella governativa, razzista, fascista, clericale, qualunquista, oppure comunista, moralista, buonista. L'importante è che ci sia semplificazione, l'importante è che l'estremismo abbia luogo (lo slogan, lo stereotipo ecc.), perché solo così la rugosità del reale diventa impercettibile al tatto. Bisogna a tutti i costi che il dolore e la fatica reali, a cui quotidianamente siamo soggetti in una misura spesso insopportabile, restino senza nome. Bisogna che non trovino mai la parola adeguata alla loro pubblica espressione. Senza la parola, una parola inevitabilmente complessa, sfumata, piena di mille echi e risonanze (come la parola della grande poesia, ad esempio), annegati nella chiacchiera universale, è come se dolore e fatica non infatti fossero.

L' undicesima tesi

Marx non era un estremista. La sua critica serrata e spietata del socialismo utopistico prosegue anzi la critica hegeliana delle "anime belle", le quali, per difendere la loro purezza, non vogliono sporcarsi conla realtà. La potenza sovversiva del suo pensiero non discende dall'enfasi di una negazione, ma dalla "radicalità" dell'analisi. Marx era un pensatore "radicale". Andare alla radice dei fenomeni significa esercitare l'antichissima arte della "phronesis", della prudenza. Niente a che vedere, naturalmente, con quella forma ottusa di estremismo di centro dei cosiddetti "moderati". Prudenza, per i classici, vuol dire lucidità estrema, fermezza dello sguardo, capacità di cogliere le tante sfumature della realtà, mancanza di precipitazione nel giudizio e, infine, azione efficace perché capace veramente di modificare la situazione in funzione dell'uomo e dei suoi bisogni. La radicalità è il rovescio dell'enfasi ideologica. La radicalità è la virtù di chi, a differenza dell'estremista, non si limita ad interpretare il mondo, ma lo trasforma "qui e ora" davvero (la tesi XI di Marx su Feuerbach).

ROCCO RONCHI

dalla Newsletter di LIBEROPENSIERO, una produzione di BUONGIORNO VITAMINIC SPA di sabato 8 novembre 2003

 

 

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